Clinical trials in Haemophilia

Clinical trials in Haemophilia

Martedì 7 Marzo 2017 si è svolta al Parlamento Europeo di Bruxelles una tavola rotonda sul tema dei clinical trials in emofilia, organizzata dall’European Haemophilia Consortium (EHC).

Capire come funzionano gli studi clinici è di vitale importanza, soprattutto perché stiamo vivendo un’epoca di completo rinnovamento, con l’entrata nella scena internazionale di nuovi farmaci innovativi, permettendo una (possibile) rivoluzione di quelli che sono gli standard di cura per tutti gli emofilici; ed ecco spiegato il motivo dell’organizzazione di questo incontro: la costituzione di una rete di informazione fra tutti i Paesi che aderiscono all’EHC.

Il meeting è stato presieduto dalla Vicepresidente del Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa, Norica Nicolai, Membro del Parlamento Europeo, che ha sottolineato l’importanza della cooperazione tra le istituzioni a tutti i livelli.

Il professore Rosendaal, epidemiologo dell’Università di Leiden, ha posto l’attenzione sul miglior metodo per collezionare dati riguardo l’emofilia, dando risalto agli studi randomizzati, che per quanto possano essere difficili da effettuare in una malattia rara come l’emofilia, rimangono quelli più sicuri da effettuare per evitare clamorosi errori come successo con altre tipologie di farmaco, come il Talidomide, farmaco dal passato infausto, che venne ritirato dal commercio nel Novembre del 1961, non prima, però, di aver causato nel mondo almeno 20 mila casi di focomelia (malformazione congenita che provoca un’insufficiente crescita degli arti) nei bambini e, un numero imprecisato di aborti. Negli anni sessanta veniva usato come antinausea, sedativo blando o antinfluenzale.

Lo assunsero decine di migliaia di donne in gravidanza, quando ancora gli effetti collaterali della molecola sul feto non erano noti o venivano volutamente ignorati.

Successivamente, il professor Oldenburg, direttore dell’Istituto di Ematologia e Trasfusione dell’Università di Bonn, ha spiegato il funzionamento dei nuovi farmaci, che hanno portato grandi innovazioni: per quanto riguarda l’emofilia A, i clinical trials riguardano 5 farmaci a lunga durata: una proteina Fc di fusione ricombinante, 3 molecole PEGylate (composti che aggiungono catene di polietilglicole) e una variante a singola catena; queste strutture sono riuscite ad estendere l’emivita da 1,1 a 1,6 volte, permettendo di passare da 3 infusioni alla settimana, fino a 2.

I veri cambiamenti però, si vedono nell’emofilia B, dove l’emivita è addirittura di 4-5 volte superiore al normale, con clinical trials che comprendono 3 prodotti: due proteine di fusione (una con albumina e una, come per il fattore VIII, con Fc) e un composto PEGylato.

Le più grandi sorprese, ha commentato il professor Oldenburg, derivano dai risultati dei clinical trials con terapie bypassanti: anticorpi “bi-specifici” che legano fattore IX e fattore X, saltando la funzione del fattore VIII (questa struttura viene utilizzata anche in pazienti con inibitore); RNA che silenzia l’antitrombina, spostando l’equilibrio della coagulazione e, infine, una molecola che permette il blocco della via inibitoria del fattore tissutale (Tissue Factor Pathway Inhibitor – TFPI).

La professoressa Peyvandi, direttrice del Centro Emofilia e Trombosi di Milano, ha sottolineato come la sicurezza per questi nuovi farmaci sia di essenziale importanza, soprattutto nel lungo periodo (e quindi, anche una volta finita la fase di studio in clinical trial) e per prodotti come quelli PEGylati, che ad alte dosi possono concentrarsi nei reni con possibili conseguenze (questa evenienza si è osservata nelle cavie da laboratorio, soprattutto ratti, a cui sono state somministrate dosi si farmaco PEG da 5 a 10 volte le normali dosi).

Infine, il professor Mannucci, direttore scientifico dell’Università di Milano, ha parlato dell’importanza dell’adesione di PUPs, ovvero pazienti mai trattati prima, nei clinical trial e del progetto SIPPETT, uno studio randomizzato proprio su PUPs e PTPs (pazienti pre-trattati), che avrebbe rilevato come l’inibitore sia in percentuale maggiormente presente quando il paziente è trattato con farmaci ricombinanti.

Per maggiori informazioni su questo progetto, vi rimando al sito: Sippetstudy.org.

Partecipando a questi meeting, sono sempre sorpreso dalla ricchezza di lingue e cultura che si ritrovano per discutere di un problema comune.

Trovo di fondamentale importanza la costruzione di una rete d’informazione che copra sia le istituzioni che i pazienti e che permetta a tutti di beneficiare dei nuovi progressi scientifici.

Al prossimo aggiornamento,

Enrico Mazza, Brussels, Belgium.